Una prescrizione di routine..o no?

Roberta ha 56 anni. I suoi consanguinei presentano una forte predisposizione all'ipotiroidismo. Infatti, quasi tutte le donne della sua famiglia, in particolare sua madre, sua nonna e le due sorelle, soffrono di malattie della tiroide.
Anche Roberta non sfugge alla regola.
A seguito della diagnosi di una tiroidite autoimmune, a 20 anni circa ha iniziato ad assumere levotiroxina a dosi crescenti. Attualmente assume 100mcg e 125mcg a giorni alterni. Il suo quadro clinico è aggravato da sovrappeso, ipercolesterolemia (trattata con rosuvastatina 5mg serale) e ipertensione (ramipril 2,5mg mattino e nifedipina 60mg RP serale), sviluppatesi negli anni successivi all’esordio della patologia tiroidea.
Recentemente, un prelievo di routine ha rivelato un'anemia lieve (Hb 11,5 g/dL) e una carenza di ferro (ferritina 5 ng/dL), mentre i valori tiroidei e lipidici sono risultati nella norma.
Per tale motivo si reca dal medico di famiglia, che però in quel momento non è in studio.
La segretaria del medico, che ha molti anni di esperienza, sapendo che in questi casi si prescrive normalmente il ferro in compresse, predispone una ricetta di solfato ferroso, 105mg a rilascio prolungato. La ricetta viene caricata sulla cartella clinica in attesa della firma elettronica del medico.
Al rientro, il medico però blocca la prescrizione, intuendo una potenziale interazione farmacologica, e richiama la paziente.